Carezza

Quello che raccontano le montagne

Li si sente sussurrare. Se si tende l’orecchio, il Latemar e il Catinaccio raccontano sottovoce la loro storia. Questo sabato mattina dal meteo incerto il nostro gruppetto di escursionisti, Hannes, Valentina ed io, si è dato appuntamento con il geologo della Val d’Ega Gerhard Eisath per immergersi nell’antico mondo marino. Un mondo che ci ha lasciato in eredità due atolli: il gigante del Latemar e il massiccio montano del Catinaccio.

Il miracolo della storia

Seduti al bar dell’hotel “Alpenrose” a Carezza, Gerhard ci introduce alle scienze della terra e ci fa fare un balzo indietro nel tempo fino al Big Bang. Eppure, per poter analizzare la formazione delle Dolomiti, nello specifico del Catinaccio e del Latemar, sono sufficienti “solo” gli ultimi 250 milioni di anni! ;) “A quel tempo sulla Terra era presente un unico continente. Quando a causa dei movimenti tettonici questo continente cominciò a frammentarsi, si formarono le scogliere coralline delle Dolomiti a seguito dell’insinuarsi del mare. Questi massicci emersero dal mare nel giro di 20-30 milioni di anni; verso la fine di questo processo la crescita verticale della la barriera corallina si arrestò. Di fatto le barriere coralline si formano solo sotto la superficie dell’acqua, eppure gli organismi non rallentarono la loro attività, permettendo alla barriera corallina di continuare a crescere in larghezza”, ci spiega il nostro geologo. In questo modo il Catinaccio raggiunse una lunghezza di otto chilometri! Essendo questo un fenomeno alquanto particolare lo scienziato prende in mano la sua cartellina per illustrarcelo meglio. “Nei bacini profondi dell’oceano si depositarono i sedimenti in un ambiente povero di ossigeno. La crescita laterale della barriera corallina determinò l’intercalazione con i sedimenti del bacino.” 
Il nostro sguardo si sposta alternativamente tra i documenti di Gerhard e il Catinaccio, dove si possono riconoscere facilmente queste dentellature.
“Pur sembrando molto simili, il calcare del Latemar contiene esclusivamente calcio, a differenza della dolomia del Catinaccio che contiene anche magnesio. Dopo la formazione della barriera corallina molte aree del Latemar vennero ricoperte di lava. Questo fu uno dei motivi che impedì al calcare di trasformarsi in dolomite”, ci spiega il geologo trentaseienne mentre ci mostra al microscopio immagini di sezioni sottili in cui si possono vedere bivalvi, lumache, resti di conchiglie e brillanti cristalli di dolomia. “E ora anche noi andiamo alla ricerca di fossili, siete pronti?”, chiede l’esperto. Non solo siamo pronti, ma siamo anche emozionatissimi! :)

Il miracolo della storia

Un’escursione tra i monti nati dal mare

“Il tratto che stiamo percorrendo un tempo era mare, di fronte e dietro di noi abbiamo un’isola del Mar del Sud. Non è un caso, infatti, che il Catinaccio e il Latemar vengano spesso paragonati alle Bahamas!”, afferma Gerhard ridendo, quando tutti e quattro ci troviamo in ossequioso silenzio sotto il Catinaccio nel parcheggio della stazione a valle della seggiovia Paolina.
La prima parte del sentiero ancora deserto ci conduce attraverso i colori della foresta. Gerhard ci rivela: “Ho mappato il retro del Latemar dove, rispetto al Catinaccio, ho riscontrato molti meno affioramenti, ovvero quei punti dove la roccia superficiale può essere esaminata”. Dopo qualche minuto di passeggiata arriviamo ad un punto dal quale godiamo di un’ampia vista sul Catinaccio. “Gli strati che sottostanno alla barriera corallina prendono il nome di Formazione di Werfen e non sono facili da distinguere. In questo momento ci troviamo tra il Membro di Siusi e l’Oolite a Gasteropodi. Qui confluiscono vari tipi di roccia: calcari marnosi grigi, gialli, fortemente meteorizzati e marne calcaree. Spesso anche a me risulta difficile distinguerle”, ammette Gerhard ridendo. Un bel po’ di termini tecnici per dei profani come noi ed immediatamente noto come Valentina e Hannes cerchino di ricordare lo schema che Gerhard ci ha mostrato all’inizio dell’incontro.

Occhi. Orecchie. Naso. Per vedere. Per sentire

Quello che facciamo oggi è simile ai compiti che il giovane della Val d’Ega ha assolto durante la sua laurea quinquennale: il nostro “gruppo di ricerca” è infatti a caccia di fossili tra le montagne. In questo modo alleniamo i nostri occhi a riconoscere le particolarità della roccia. Giunti al primo affioramento Gerhard ci spiega che la struttura dell’arenaria è granulare e contiene un’alta percentuale di mica. Inoltre ci spiega che la dolomia è una roccia bianca e che il suo scintillio è dovuto ai cristalli. Dal suo zaino estrae dell’acido cloridrico al 10% e ne versa qualche goccia sulla roccia. “Se si tratta di calcare, la soluzione reagirà formando una schiuma. Se non succede nulla, si tratta di dolomia.” Il fatto che la soluzione non determini una reazione, significa che siamo effettivamente in presenza di una roccia dolomitica. 
“Osservando questi affioramenti è facile riconoscere come si siano depositati i vari strati.” A volte si inciampa casualmente su degli affioramenti; questo è quello che ci spiega l’esperto mentre impugna il martello da geologo e colpisce un pezzo di roccia per osservarne la conformazione. Immediatamente percepiamo odore di catrame. “Le rocce odorano spesso di bitume, questo è dovuto al fatto che parti di piante si sono riversate in mare. Essendo state racchiuse rapidamente da uno strato di sedimenti, le parti della pianta non hanno avuto il tempo di marcire. L’odore è la conseguenza diretta di questo fenomeno.
Negli strati calcarei gli agenti atmosferici progrediscono più velocemente che in altri. Per questa ragione nemmeno il Latemar durerà per sempre, ad un certo punto ne rimarrà solo una collina”, prevede il geologo nel momento in cui rivolgiamo lo sguardo all’imponente “vicino”. “I numerosi crepacci e i grandi corridoi lo rendono molto più fragile del Catinaccio. Il pensiero che un gigantesco antenato testimone della storia della nostra Terra possa essere così effimero ci scuote.

Sulle tracce del tesoro nello “small canyon”

L’atmosfera che si respira nell’aria e i leggeri spruzzi d’acqua fanno assomigliare l’affioramento successivo ad un piccolo canyon. “Questo strato prende il nome di Membro di Campill. La presenza dell’arenaria rossa ricca di mica e gli strati di molluschi lo rendono più facile da riconoscere rispetto al precedente. Un tempo, in questo punto, il mare era poco profondo, per questo ancora oggi si possono osservare le tipiche increspature delle ripple marks e, con un po’ di fortuna, si possono trovare anche delle stelle marine.” Con queste parole il geologo risveglia in noi della genuina competitività. Chi potrà vantare il ritrovamento più interessante della giornata? :) Al contrario di noi “collezionisti amatoriali”, l’occhio allenato del nostro accompagnatore nota velocemente anche le differenze più impercettibili e i segni lasciati degli agenti atmosferici. La sua esperienza lo porta a riconoscere un “conglomerato”, ovvero una roccia costituita da ciottoli tenuti insieme da una matrice sabbiosa, che in realtà è presente solo negli strati superiori. Ma più Valentina, Hannes ed io cerchiamo il nostro tesoro, ispezioniamo il terreno e ci facciamo raccontare dall’esperto i misteri della geologia, più i nostri occhi diventano selettivi ed arguti e riusciamo a trovare svariati campioni di roccia con resti fossili.
“Spesso, quando si rompe in due una pietra, all’interno si può scovare un fossile”, afferma Gerhard. Oggi, purtroppo, non siamo stati particolarmente fortunati, tuttavia il nostro “small canyon” è davvero uno scrigno enorme di tesori al quale normalmente i visitatori non prestano attenzione. “Che sia una stella marina questa?”, urla Hannes da lontano, mentre noi scherziamo sul fatto che tra queste pareti rocciose ci si senta come un bambino nel paese dei balocchi. Nello zaino conserviamo qualche reperto. Gerhard afferma ridendo: “Dopo un’escursione del genere si torna a casa con un bel peso sul groppone!”

Pendenze profonde

È arrivato il momento di riprendere l’escursione. “Questa è la Formazione del Contrin”, ci spiega Gerhard indicando gli imponenti spuntoni di roccia sopra le nostre teste, “e sotto si possono osservare anche il Calcare di Morbiac e il Conglomerato di Richthofen.” Il nostro prossimo obiettivo è il sentiero che porta al Rifugio Paolina ai piedi del Catinaccio; proprio qui incrociamo altri escursionisti. “Un geologo può anche allontanarsi dal sentiero battuto”, sorride Gerhard mentre ci precede per indicarci la strada. Camminiamo su terreni scoscesi, in salita, tra prati e rocce... Fra i detriti scoviamo una pietra verde. “Questo sedimento vulcanico di cenere e tufo si è depositato nel bacino della Formazione di Livinallongo”, riporta entusiasta il geologo. La pendenza si fa più ripida e passo dopo passo ci avviciniamo alle imponenti pareti rocciose verticali della Croda Rossa. Delle nuvole scure velano il cielo creando una cornice suggestiva. Speriamo vivamente che il meteo continui ad essere dalla nostra e prestiamo attenzione a dove mettiamo i piedi, per evitare di scivolare sui detriti e di calpestare le stelle alpine che spuntano dai bordi del sentiero. Laggiù… un fischio. “Che sia stato un roditore?”, chiede Valentina incuriosita. Ed effettivamente a pochi metri da noi se ne sta seduta indisturbata una marmotta. Dopo questo piacevole incontro ci immettiamo in un sentiero pianeggiante. “Vedete quella piega laggiù? Milioni di anni fa dall’affondamento dell’intera area emerse in un mare tropicale e limpido una piattaforma carbonatica, la Formazione del Contrin. La tettonica causò poi la deriva e l’inclinazione di questa piattaforma. Tutta la zona affondò e dalla dolomia dello Sciliar si formarono le possenti pareti rocciose del Catinaccio. Il carico di questa scogliera appena formatasi deformò parzialmente le zolle inclinate al di sotto”, afferma entusiasta Gerhard. “All’inizio era una piattaforma orizzontale, ora, invece, affiora verticalmente!”

Pendenze profonde

Versanti variopinti

Continuiamo ad esplorare queste pareti rocciose. Presso l’ultimo affioramento osserviamo rocce sovrapposte come fossero dei semplici mattoni di una casa. Il nostro geologo ci spiega che le rocce del Calcare di Morbiac si sono depositate in un mare poco profondo e torbido. “È davvero incredibile,” sussurro nell’orecchio a Valentina, “queste rocce sono fragilissime.” Riesco quasi a spezzarle e a dividerne gli strati. Sopra le nostre teste vediamo librarsi uno sparviero che si aggira elegante tra le vette. Ancora una volta restiamo attoniti, incantati dallo splendore della natura di montagna.
“Ora scenderemo lungo questo sentiero leggermente eroso”, racconta Gerhard. E ci rendiamo subito conto del perché: qui il Conglomerato di Richthofen si mostra dal suo lato più spettacolare. Ci troviamo in mezzo a rocce colorate, sembra quasi che qualcuno abbia cosparso il paesaggio di acquerelli variopinti. La natura è senza dubbio una pittrice. 

Psss…

Milioni di anni fa il Latemar e il Catinaccio emersero dalla terra e attraversarono un mare agitato per sfiorare i 3.000 metri d’altitudine, eppure oggi appaiono così fragili. Con questa consapevolezza, dopo quasi cinque ore di ininterrotta spedizione, procediamo con calma ed avvedutezza in discesa. Sono certa che durante le prossime escursioni terrò gli occhi più aperti. Dopo questa esperienza escursionistica molto speciale torniamo a valle con tante piccole pietre colorate nello zaino e una nuova percezione della natura delle Dolomiti della Val d’Ega. Perché oggi, per la prima volta nella nostra vita, le abbiamo sentite sussurrare a gran voce.